I migliori album internazionali del 2020

Vi abbiamo parlato qualche giorno fa in questo articolo dei dischi italiani che ci sono piaciuti di più nel 2020. Ora è il momento di uscire dai confini nazionali e svelarvi il meglio della musica internazionale.
Alla fine dell’articolo trovate una bella sorpresa.
Buon Viaggio!

The Avalanches – We Will Always Love You
Blood Orange, MGMT,Johnny Marr, Jamie xx, Neneh Cherry, Denzel Curry, Pink Siifu, Sampa the Great, Jane’s Addiction’s Perry Farrell, Kurt Vile, Wayne Coyne: basterebbe questa lista di collaborazioni per spiegare lo spessore del nuovo album degli Avalanches.
Fenomenali sono anche i samples che diventano veri e propri strumenti musicali e la congiunzione tra hip-hop e disco music che vista l’uscita del disco vicino al Natale è perfetto per ballare e togliersi dai piedi l’ansia di questo anno passato.

Destroyer – Have We Met
Dan Bejar arriva al suo dodicesimo album dopo aver sperimentato una marea di soluzioni stilistiche diverse, melodiche ma mantenendo sempre come marchio di fabbrica il suo caldo timbro vocale.
Un album dove troviamo tocchi catchy e melodici, impregnati come sempre di una intensità malinconica che lo porta a essere uno dei più prolifici e versatili songwriter in circolazione che non disdegna mai nella sua scrittura una visione seria, precisa e critica di questi tempi moderni.

The Microphones – Microphones in 2020
Un album videomusic uscito su youtube che ha attirato l’attenzione di tutti. Una foto dietro l’altra sulla vita dell’artista con sotto un tappeto post rock da brividi e commozione. Un continuo sali e scendi di sensazioni ed emozioni che solo un artista che sente ciò che compone riesce a donare all ascoltatore.
Un’unica traccia continua da ascoltare senza interruzioni per godere appieno del suo pathos avvolgente.

King Krule – Man Alive!
Archy Ivan Marshall ha un suo stile musicale da cantastorie lunatico, timbro vocale inquieto e resa sonora controversa, avversa ai canoni ma mai banale e fine a se stessa.
“Man Alive!” è un album apparentemente ostile che richiede sicuramente più ascolti ma una volta sprofondati nelle sue sonorità si rimane estasiati dal suo estro post-punk pazzo e perturbante intersecato a sax e soul-jazz e melodie malinconiche,
pulite come solo un artista di strampalata ma lucida follia può creare.

Fleet Foxes – Shore
“Volevo scrivere un disco che desse un senso di sollievo, che esistesse in uno spazio di soglia fuori tempo” queste le parole di Pecknold riguardo il nuovo lavoro semplice, bello e diretto dei Fleet Foxes.
Shore, è un luogo sicuro, che separa acqua e terra, un nido certo nell’incertezza dell anno in corso, il comfort di qualcosa saldo sotto i piedi.
Shore è intendere la musica come un viaggio spirituale, oltre che come semplice piacere uditivo. Una caratteristica rara che traspare in ogni scelta degli arrangiamenti che accompagnano una scrittura molto più focalizzata e “aperta”.
Uno dei pochi lavori che sanno fare di una certa ingenuità disarmante, della pura e semplice espressione di gioia, dei punti di forza.

Caribou – Suddenly
“Suddenly” è un disco interiore e riflessivo, meno istintivo degli altri lavori di Dan Snaith ma con una composizione dance più sapiente dove si percepisce una ben riuscita estetica vocale molto presente, più pulita e predominante del solito.
Suddenly è un album vario, di rara raffinatezza e, contemporaneamente, molto accessibile a tutti gli ascoltatori che si prestano ad un ascolto sereno e spensierato.

Perfume Genius – Set My Heart on Fire Immediately
Cosa dire ancora di questo artista capace di costruire sempre lavori intensi?
Sensuale, poetico, con arrangiamenti sgargianti che confluiscono con naturalezza in atmosfera eteree e sognanti. Il ballo o in senso più ampio il movimento è il tema portante del disco e ciò è presente anche nei videoclip dell artista ma è la leggerezza morbida della linea musicale a dare fascino e naturalezza a questa nuova perla di Perfume Genius.

Moses Sumney – Græ
Probabilmente il disco più complesso dell’anno, diviso in due uscite distanziate da mesi ma unito, compatto, coinvolgente e meravigliosamente prodotto. La pulizia sonora della musica e dei falsetti producono sensazioni commoventi e vibranti nell’ascoltatore durante tutta la durata di questo concept dai sapori soul, r’n’b e pop miscelati in un tuttuno che si riassume in una sola parola…bellezza.

The Flaming Lips – American Head
I Flaming strizzano l’occhio alla loro versione degli anni 90 di the Soft Bulletin, pieno di ballate psichedeliche con una resa emotiva che solo la band di Oklaoma sa creare.
Waiine ispirato alla scrittura con storie metaforiche che si rifanno alle sue esperienze di vita diciamo un po’ particolari.
La linea melodica è avvolgente e piena di sfumature orchestrali, un lavoro che fa tornare in auge la pluricarriera dei Flaming.

Medhane – Cold Water
Uno dei dischi rap più riusciti dell anno. Tracce corte e dirette, pochi fronzoli, beat incisivi e flow calzante lasciano all’ascoltatore ben pochi dubbi sulla resa del disco.
Cold water scivola via nonostante la sua crudezza ed inquietudine sonora, ti porta in un luogo distinto in cui le convenzioni e le aspettative di genere si sgretolano e si riformano nell’arco di una singola canzone di due minuti. Ti mette nella mente di un uomo in conflitto e in continua ricerca di crescita e saggezza.

The Strokes – The New Abnormal
Finalmente un album degli Strokes all’altezza della fama che li ha contraddistinti negli anni 2000 dopo due passaggi tutt’altro che indimenticabili.
Riff affillati tornano ad essere il marchio della band newyorkese. Sonorità molto 80s e riusciti i fraseggi tra chitarre. Ottima la prova ritmica basso e Julian torna ad essere protagonista e punta i suoi famigerati falsetti al momento giusto per arieggiare il lavoro.
Aspettavamo da quasi dieci anni un album del genere da questa band.

Tame Impala – The Slow Rush
Un ritorno attesissimo, dopo ben 5 anni dall’uscita di Currents, quello dei Tame Impala; ritorno che non si smentisce mai, anzi, aumenta solo il numero di colpi messi a segno da Kevin Parker. Sulla falsariga di Currents, in cui quasi trascurano le chitarre per far spazio al synth pop, con The Slow Rush la musica dance prende il sopravvento richiamando, con brani come Borderline o One More Year, i ritmi della dancefloor dagli anni ’70 a ’90 che convincono e coinvolgono ad ogni ascolto.
Che dire, l’ennesimo capolavoro del polistrumentista australiano, scrittore, interprete e produttore dell’intero lavoro.

Yves Tumor – Heaven to a Tortured Mind
Avvolta nel mistero l’identità di Yves Tumor, così come l’atmosfera evocata all’ascoltatore mentre risuona dalle casse Heaven to a Tortured Mind. Il quarto progetto di, forse, Sean Bowie, produttore e musicista del Tennessee, mette in risalto la camaleontica espressività dell’artista che spazia dal rock anni ’70 delle chitarre distorte, a suoni R&B di A Greater Love, fino al pop più ‘romantico’ di Kerosene!, narrando una serie di immagini ibride, quasi disturbanti, fatte di ossessioni, demoni e paranoie come in Medicine Burn o Folièe Imposee.
É questa la strada che imboccherà la musica del futuro ? A noi piace pensare di sì.

Run The Jewels – RTJ 4
The Yankee and the brave are back, signore e signori, e non risparmiano nessuno. Pubblicato a sorpresa il 3 giugno, il nuovo album di Killer Mike e El-P è il ritratto più crudo della società americana, nel pieno delle proteste del movimento ‘Black Lives Matter’, fatta di ‘I can’t breathe’ di George Floyd ed Eric Garner (Walking in the snow) e di indignazione sui social network (Goonies vs. E.T.).
Sulla stessa onda le collaborazioni, che avvicinano ospiti apparentemente lontanissimi tra loro come Pharrell Williams e Zack De La Rocha in JU$T, danno vita ad un album riuscitissimo, fatto di contraddizioni, che viaggia su un filo sottile tra trap e old school senza mai tradire le aspettative.

Dua Lipa – Future Nostalgia
Dua Lipa è la donna alpha del 2020 e Future Nostalgia è l’album che noi personalmente vorremmo sentire in tutte le discoteche d’Italia e d’Europa. I singoli che lo hanno anticipato (Don’t Start Now, Physical e Break My Heart) sono una bomba, ma nulla tolgono agli altri nella tracklist che dipingono una visione della musica da una parte retrò, da una parte futuristica, di Dua Lipa che racconta episodi di relazioni individuali con 11 tracce sì nostalgiche ma che portano anche una ventata di ‘pop fresco’. AH-AH

Freddie Gibbs and The Alchemist – Alfredo
Solo lo scorso anno ci ha regalato Bandana, nato dalla collaborazione con Madlib, ma meno di un anno dopo siamo di nuovo qui a parlare di Alfredo, l’ultimo lavoro del rapper dell’Indiana in collaborazione, stavolta, con The Alchemist.
Già il nome dovrebbe ricordarci quell’aria di casa fatta di mafia, in questo contesto raccontata nel rapporto controverso tutto americano con l’hip-hop. Per farlo si passa dal rap più duro di Frank Lucas, a sample di chitarra azzeccatissimi sullo sfondo di Skinny Sauge, il tutto condito con Tyler,The Creator, Benny The Butcher, Rick Ross e Conway the Machine.

Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters
Anche in questo caso si fa desiderare Fiona Apple, con Fetch The Bolt Cutters che esce dopo 8 anni di silenzio dal precedente. Ma il perdono vien da sè se l’assenza è servita a regalarci un album che è un inno alla libertà, indisciplinato, quasi tribale a tratti. I suoni sono nevrotici, percussivi anche nelle parti del pianoforte, ma mai incontrollati; sembra quasi una registrazione DIY in cui i suoni vengono riprodotti dai più banali strumenti casalinghi o, addirittura, dagli animali domestici, per raccontare scene di violenza altrettanto quotidiana (come in For Her) con un feroce urlo di liberazione.

Phoebe Bridgers – Punisher
Bella sì, ma niente in confronto a quanto è brava la californiana, che ci regala un album di una qualità elevatissima con l’uscita, anticipata di un giorno, di Punisher. Il progetto è dominato dalle consuete atmosfere e sonorità emo e indie-folk per raccontare storie di depressione, paure e rapporti interpersonali difficili, intervallati dai fiati e dalle percussioni di ballad più ‘leggere’ come Kyoto e Saviour Complex, senza mai perderne di coerenza.

Dogleg – Melee
Pensavate che il punk potesse mancare in questa raccolta? Certo che no!
La band di Detroit ci colpisce in pieno volto con i loro 10 brani veloci, martellanti ma anche melodici e un po’ emo.
I Dogleg sono giovani, freschi e ascoltare il loro disco ci ricorda che dovrà passare ancora del tempo prima che potremmo tornare a pogare ed ammassarci uno sopra l’altro.

Muzz – Muzz
Paul Banks con la sua voce riuscirebbe a far funzionare una band anche sul palco di una sagra di paese con i compagni che suonano delle fisarmoniche.
Un interessante side-project nato quasi per caso ma con un sound già definito, strutturato e maturo soprattuto grazie al fatto che Paul è accompagnato da due musicisti di tutto rispetto come il polistrumentista Josh Kaufman e Matt Barrick.

Fontaines D.C. – A Hero’s Death
Che la scena post punk inglese fosse in fermento in questi anni ce n’eravamo accorti ma questo album ci ha veramente stupito.
Dopo il loro debutto, Dogrel, sono tornati con un lavoro coinvolgente che ha davvero fatto capire al mondo musicale di che pasta sono fatti.

Touché Amoré Lament
Quando dici post hardore dici Touché Amoré, una sicurezza, una band che non riesce a sbagliare un disco ma riescono sempre ad aggiornare il loro curriculum e ad aggiungere un tassello in più alla loro carriera.
Lament è esattamente come il suo titolo, un lamento, a volte straziante, a volte veloce e a volte pieno di riscatto. Un racconto della vita e di tutte le sue sfaccettature.

Future Islands – As Long As You Are
Un’altra voce, quella di Samuel T. Harring, che riesce sempre a lasciare un segno già dal primo ascolto.
Il loro synth pop, sensuale, profondo e molto romantica ti fa venire voglia di ballare e di muoverti come il frontman durante i loro live.
La base ritmica si incastra perfettamente con la chitarra, la tastiera e il basso formando un unico flusso di energia.

Khruangbin – Mordechai
La band di Houston sforna un album che racchiude in sé numerosi generi. I brani sono soprattuto strumentali e spaziano dal funky, soul, r’n’b e persino musica etnica.
La ritmica è predominata dal basso di Laura Lee, accompagnata da cori simil gospel come nel caso del brano Time (You and I) che sembra venir fuori da un film poliziesco.
Mordechai è il classico disco che vuoi mettere sul piatto quando devi lasciare svuotare la testa dai pensieri.

Oneohtrix Point Never – Magic Oneohtrix Point Never
Decimo lavoro in studio per Daniel Lopatin che arriva a toccare un altro genere dopo aver viaggiato in lungo e in largo nella musica.
Partito dalla vaporwave, passanto per l’ambient drone fino ad arrivare a questo disco che suona molto pop. Addirittura indie in brani come I Don’t Love Me Anymore e No Nightmares. Una produzione spaziale mette il sigillo su un album che sublima la carriera di questo artista a 360 gradi.

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